Ho sempre pensato che il mondo mi avrebbe piazzato davanti tutte le possibilità, perché forse un giorno si sarebbe accorto di me. Che avrebbe riconosciuto il mio valore o il mio buon cuore, la mia voglia di rimboccarmi le maniche. Poi un giorno, il mondo sembrò disinteressarsi di me.
Navigavo in cattive acque economiche e mangiare patate, per quanto non mi siano mai dispiaciute più di tanto, era la norma in quel periodo.
Avevo finito le superiori, i miei amici iniziavano a fare dei viaggi, e dalla finestra del mio schermo li vedevo andare inesorabilmente avanti: un anno, due anni ed io li fissavo sempre affacciato a quella finestra.
Non avevo la benché minima idea di che cosa fare: non ero bravo in matematica e non ero un asso nelle materie scientifiche, per cui ero assalito da una profonda crisi: cosa dovevo fare?
Non potevo più restare fermo. Dovevo trovarmi un lavoro, qualsiasi lavoro.
Il mondo aveva deciso per me, perché io non sapevo cosa scegliere. Così mi lasciai trascinare: call center, portapiatti, piccoli lavoretti. Ogni volta ne uscivo sempre più ammaccato e sempre con meno autostima. E ogni volta cercavo subito l’approvazione del mio capo, della mia famiglia, degli altri.
A motivare questo mio deprimente preambolo è stato un libro che ho letto di recente (a dirla tutta, una serie di libri arrivati nel momento giusto) che si chiama “Conversazioni cruciali” e che dice una cosa che mi ha colpito:
Chi è in possesso della nostra penna è in grado di controllare il nostro benessere emotivo. Per quanto oggi possiamo sentirci bene, il domani è ormai irto di pericoli.
Ho vissuto metà della mia vita in questo modo. Volevo tanto rispondere alle aspettative che gli altri riponevano in me ma ad un certo punto ho finito per dimenticare chi ero.
Io volevo scrivere.
Volevo creare.
Volevo sperimentare.
E volevo riuscirci, per me e per nessun altro.
Avevo bisogno di riprendere in mano la mia penna.
Che cavolo di vita è vivere con la costante paura di non valere abbastanza? Per troppo tempo ho creduto che uniformarmi fosse necessario, che odiare quello che facevo fosse normale. Ero circondato di persone che odiavano ciò che facevano, che si sentivano imprigionate nei loro doveri e che aspettavano il sabato sera per resettare. Io non volevo.
Allora ho fatto un corso regionale, di PHP per essere precisi, finito il quale avevo più dubbi che certezze. Non ci avevo capito molto. Ma mi piaceva fare siti, riempirli di parole, mi piaceva abbellirli, dargli un’identità, renderli miei e questo era tutto ciò che mi interessava.
Volevo comunicare al mondo in qualche modo, il come era diventato quasi secondario.
Man mano che facevo, imparavo anche il come.
Chiuso nella mia stanzetta, in clausura dal mondo intero, stavo finalmente facendo qualcosa che mi piaceva, qualcosa che mi teneva acceso. E scrivevo, scrivevo, scrivevo non importava come, mi importava solo comunicare qualcosa. Di notte continuavo a sognare le stesse cose su cui lavoravo di giorno. Codice che non funzionava, problemi irrisolti, combinazioni diverse provate ancora e ancora, senza mai arrivare davvero a una soluzione.
Mentre riempivo internet dei miei siti, continuavo ad andare avanti a testa bassa. Chiuso nella mia stanza, tra quattro pareti che sembravano farsi ogni giorno più piccole e soffocanti, arrivò la mia prima proposta di lavoro. Poi un’altra. Poi la prospettiva di fare le valigie per andare altrove, lontano da casa, dai miei cari, nel totale buio.
Ci credevo, mi ci sono lanciato, col sostegno di tutti: di mia madre, di mia sorella.
Per anni ho aspettato che qualcuno mi dicesse chi dovevo essere. Ma nel momento in cui ho iniziato a scegliere, ho capito che la paura di sbagliare faceva meno male della sensazione di non vivere davvero la mia vita.
Dopo anni passati a lasciarla nelle mani degli altri, finalmente, avevo ripreso la mia penna.